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Buste della spesa: 5 negozi su 5 non rispettano le regole a Meta

Le buste della spesa dovrebbero essere tutte conformi alla normativa UNI EN 13432:2002, cioè biodegradabili. Ma in realtà non è così, perché andando a fare la spesa a Meta, in cinque negozi di alimentari su cinque, i prodotti acquistati vengono portati a casa in delle buste di plastica non adatti alla raccolta differenziata. Con l’unica conseguenza di riempire mobili interi di buste inutili ed inquinare. Tra l’altro come avevamo segnalato già qualche tempo fa i sacchetti illegali vengono anche fatti pagare una decina di centesimi.

Le norme che riguardano questo argomento sono molto severe, ma spesso non vengono comunque rispettate. C’è bisogno che sui sacchetti venga stampata la dicitura UNI EN 13432:2002 oppure che sia presente almeno uno di questi simboli, altrimenti sono fuori legge.

Quella sulle buste biodegradabili è forse una delle norme più semplici in Italia. Perché l’unica pecca è quella che riguarda i sacchetti, che vengono messi a disposizione all’interno dei supermercati per trasportare e pesare frutta e verdura.

LE SANZIONI – Sono molto elevate e basta davvero poco per farle applicare. La sanzione pecuniaria a carico dell’esercente, infatti, parte da 2.500 euro per arrivare a 25.000 euro, aumentata fino al quadruplo del massimo (100.000 euro) se la violazione del divieto riguarda quantità ingenti di sacchi per l’asporto oppure un valore della merce superiore al 20 per cento del fatturato del trasgressore. Nessun specifico chiarimento riguardo alla quantificazione delle “ingenti quantità” è stato al momento rilasciato dal competente Ministero. All’accertamento delle violazioni provvedono, d’ufficio o su denunzia, gli organi di polizia amministrativa (polizia municipale e ogni altra autorità di polizia (carabinieri, polizia, guardia di finanza, polizia provinciale, polizia sanitaria).

LE CONSEGUENZE – Non solo viene prodotta una spropositata quantità di plastica che inquina, ma tutto il lavoro svolto fino ad ora per aumentare la percentuale di rifiuti differenziati rischia di svanire. Le buste che il Comune dà gratuitamente per raccogliere l’immondizia sono poche e se i negozianti continuano ad utilizzare quelle di plastica i cittadini saranno costretti a gettare interi sacchi riempiti con le buste della spesa illegali inutilmente. Oppure è molto probabile, come già sta accadendo, che le buste illegali (che non sono trasparenti come invece dovrebbero essere secondo il regolamento dei conferimenti) verranno utilizzate in sostituzione a quelle che rispettano le regole di trasparenza del materiale e biodegradabilità.

ATTENZIONE AI TAROCCATI – Non solo armi, droga, appalti truccati e traffico di rifiuti. La criminalità organizzata ha un nuovo business: i sacchetti di plastica bio taroccati. Bioshopper che sono tutto, fuorché biodegradabili. Si calcola che la metà dei sacchetti in circolazione è illegale, per un totale di circa 40mila tonnellate di finta plastica eco-sostenibile. La percentuale sale però al 90 per cento in Campania dove la camorra si è impossessata del mercato delle buste: comprano all’ingrosso e obbligano i commercianti ad acquistare. Per questo è partita la campagna Legambiente che ha lanciato una campagna per accendere i riflettori su questo nuovo giro malavitoso, #UnSaccoGiusto, con testimonial d’eccezione Fortunato Cerlino, il superboss Pietro Savastano della serie tv Gomorra. L’attore ha prestato la sua immagine per un cortometraggio di denuncia sul nuovo business illegale. La campagna vuole chiamare all’azione anche i singoli cittadini. Fate attenzione e denunciate, questo il messaggio lanciato dall’associazione ambientalista. Sul sito di Legambiente si potranno infatti segnalare gli esercizi dove vengono usati shopper taroccati. Per capire se un sacchetto è legale o meno, bisogna leggere l’etichetta. I veri bioshopper hanno la scritta “compostabile” e “rispetta la normativa UNI EN 13432”. Quelli illegali invece hanno la scritta “biodegradabile” e “rispettano la normativa UNI EN 14855”.

La perdita per la filiera legale dei veri sacchetti bio si aggira attorno i 160 milioni di euro, 30 milioni solo per evasione fiscale, a cui si aggiungono 50 milioni di aggravio per lo smaltimento dei rifiuti. Ma il danno più grande è sicuramente quello ambientale. I sacchetti di plastica sono infatti formati da polietilene (di origine petrolifera) e una volta scaricati nell’ambiente, resistono mille anni prima di iniziare a degradarsi. L’accumulo è inevitabile, la dispersione pure. E a rimetterci sono sopratutto i mari, stracolmi di plastica.

UN FAVORE ALLA CAMORRA – Le bioplastiche invece sono meno inquinanti in quanto non derivano dalla raffinazione del petrolio, ma da fonti di energia rinnovabili, come le biomasse. Inoltre in ambiente si degradano, si spezzettano in pezzi piccolissimi che vengono poi assimilati dai microrganismi. Ma produrre buste illegali costa meno: un chilogrammo di bioplastica costa infatti circa 4 euro, mentre un chilogrammo di materiale in polietilene la metà o anche meno. Sul mercato però vengono venduti allo stesso prezzoUna manna per la criminalità organizzata che tiene sotto la morsa del racket i piccoli negozi e i mercati rionali.

Paolo Balzano

Amministratore del blog MetaReporter dal 2014. Ho conseguito il diploma presso il Liceo Classico Publio Virgilio Marone di Meta nel 2017. Attualmente sono uno studente di Scienze Politiche presso l’università di Napoli Federico II e gestisco un affittacamere.